Intervista a Sileoni Segr. Generale FABI

Chiudere le filiali nei paesini significa non avere le idee chiare. Tutti aspettano il piano industriale di Intesa Sanpaolo.

Inserito il 2018-01-03 00:00:00

   (FABIO DE PONTE)

Un tavolo con l’Abi per affrontare i nodi dell’innovazione e «prevedere nuove figure professionali». Lo chiede Lando Sileoni, segretario generale della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani), il principale sindacato di settore. Entro il 2019, secondo un’analisi sui piani industriali di cinque dei principali istituti italiani (Intesa, Unicredit, Mps, Banco Popolare e Ubi) diffusa dalla stessa sigla sindacale, saranno chiuse circa tremila filiali. Un trend che si consolida, visto che dal 2009 al 2016 sono stati tagliati sul territorio 3.972 sportelli, di cui 1.697 nell’ultimo triennio. Di più. Nei prossimi quattro anni, annuncia Sileoni, «usciranno volontariamente circa 25 mila lavoratori, come risultato di accordi sottoscritti tra sindacati e gruppi bancari», che si aggiungeranno agli altri 40 mila già usciti. Le banche oggi impiegano circa 300 mila persone, più altre 37 mila che lavorano nelle banche di credito cooperativo. 

La nota positiva è che «questi 65 mila li abbiamo gestiti ottenendo anche 18 mila assunzioni di giovani a tempo indeterminato». Ma «una volta che avremo esaurito questo bacino di prepensionamenti, quando arriveranno nuove aggregazioni, l’alternativa sarà passare ai licenziamenti». 

Allora qual è la soluzione? «Serve una flessibilità gestita e non subita. Abbiamo fatto le nuove assunzioni con un contratto misto, sia da promotore finanziario che da impiegato di banca». Insomma «bisogna prevedere nuove figure professionali. Con Intesa e Banco Bpm - spiega - abbiamo concordato a livello aziendale lo smart working, cioè il lavoro da casa. Questa è una forma alternativa che può dare risultati, se gestita bene».  

Sileoni scuote la testa rispetto agli scenari prospettati dal vicedirettore di Bankitalia Fabio Panetta che, in una intervista ieri a La Stampa, esortava gli istituti di credito a «migliorare il ricorso all’innovazione» perché «la scommessa è sostituire, non affiancare». «Io non credo - dice il sindacalista - che ci sarà un cambiamento radicale del modo di fare banca. I banchieri sono molto gelosi del loro ruolo. Non saranno mai disponibili a cedere il potere contrattuale che hanno rispetto al quanto e se concedere un certo fido alla clientela. Per mantenere questo rapporto di forza con la clientela non adotteranno mai criteri trasparenti per il metodo del credito».  

E poi, sottolinea, da noi il digitale non corre a tappe forzate come altrove: «Nei piccoli centri le operazioni via internet sono molto limitate». Perciò «chiudere le filiali nei paesini lasciando tutto in mano agli uffici postali solo perché non producono reddito significa non avere le idee chiare su quello che sarà il modello di banca. La filiale, intesa come punto di riferimento delle aziende e delle famiglie, rimarrà sempre in piedi».  

La prossima parola sulla questione, spiega, la dirà Banca Intesa: «Stanno aspettando tutti il piano industriale che arriverà nei prossimi due mesi. Nel gruppo dirigente c’è stata una rivoluzione, ci aspettiamo un cambiamento profondo rispetto al modello organizzativo». -